Concordato preventivo: cos’è e come può salvare debitori e creditori

Il concordato preventivo è uno strumento previsto dalla legge e a cui può far affidamento l’imprenditore che si trova in uno stato di insolvenza o di crisi, così da evitare il fallimento.

Quando ha inizio questo procedimento, l’autorità pubblica interviene prontamente per regolare i rapporti che intercorrono tra il debitore e i creditori. Spesso all’imprenditore stesso viene sottratta la gestione dell’azienda, che viene di fatto affidata completamente alle decisioni della pubblica autorità.

Questo procedimento non è imposto all’imprenditore, ma al contrario viene chiesto proprio da egli stesso. Il concordato preventivo fa, infatti, parte delle cosiddette procedure volontarie. Lo scopo principale del proprietario dell’azienda è quello sia di soddisfare le richieste dei creditori sia di mantenere in forze la propria impresa. L’imprenditore, evitando di arrivare al fallimento, permette che i creditori non debbano aspettare a lungo per ottenere il loro credito; ma permette anche di mantenere operativa l’azienda e i dipendenti coinvolti.

Quali sono i passi necessari per dar inizio a questa procedimento?

Cerchiamo di capire il funzionamento della procedura grazie alle indicazioni fornite su questa pagina.

Innanzitutto l’unica persona che può dar inizio a questo processo è il debitore, vale a dire l’imprenditore. Egli deve depositare in tribunale una proposta di concordato preventivo che presenti al suo interno una vera e propria strategia. Ciò significa che deve scegliere in che modo liquidare i propri creditori oppure deve attestare la sua volontà di affidare la propria azienda ad una terza persona, che si occuperà dell’estinguersi dei debiti.

Oltre al ricorso, l’imprenditore deve adempiere ad un’altra serie di obblighi: consegna della relazione sulla situazione economica, finanziaria e patrimoniale dell’impresa; elenco dei creditori e del debito presente con ognuno di essi e eventualmente l’elenco di prelazioni; un’analisi sulle attività dell’azienda; l’elenco dei titolari sui beni di sua proprietà.

Tutti queste dati, in particolar modo quelli che si riferiscono alle attività dell’azienda, devono essere elaborati da un professionista. A questo punto sarà compito del tribunale osservare la proposta e verificare la sua attendibilità. L’analisi sarà decisamente accurata e provocherà due possibili risposte: scegliere che il concordato non può essere effettuato, in quanto le condizioni per dar avvio alla procedura non sussistono, o al contrario, ritenere adeguato il protocollo del concordato preventivo.

Nel primo caso il tribunale convocherà il debitore e, attraverso un decreto, dichiarerà l’impossibilità dell’azione richiesta. Una volta rifiutata la domanda, il tribunale potrà decidere di dichiarare il fallimento dell’impresa, ma quest’ultima potrà tuttavia reclamare.

Nel secondo caso invece il tribunale nominerà un giudice e una commissione giudiziale. Dopodiché convocherà tutti i creditori indicati e richiederà un deposito al debitore, che va dal 20% al 50% della somma necessaria per la procedura. Nel caso in cui questo deposito non avvenisse, sia i creditori sia il pubblico ministero potranno richiedere il fallimento dell’impresa.

Se, tuttavia, il deposito verrà accettato e si darà dunque inizio a tutti i procedimenti, il debitore potrà comunque conservare il suo ruolo all’interno dell’azienda, anche se sotto la vigilanza di un commissario giudiziale.

Quest’ultimo avrà dei compiti ben precisi: convocare i creditori, elaborare un inventario in cui viene stilato e analizzato il patrimonio del debitore, creare una relazione riguardo le cause della crisi dell’impresa, e poi ovviamente proporre il concordato preventivo. Il concordato preventivo non avrà tuttavia inizio fino a quando la maggioranza dei creditori non voterà positivamente per esso. Se non si dovesse raggiungere questa maggioranza, l’imprenditore dovrà presentare un nuovo piano, in cui saranno corretti alcuni punti prima criticati e contestati.

A partire dal giorno in cui è stata depositata la domanda possono passare al massimo sei mesi per completare il concordato preventivo. In questo arco di tempo, il debitore dovrà pagare i suoi debiti e così avrà piena disponibilità dei propri beni.

A partire dal 2012 è stato introdotto, inoltre, anche quello che viene definito con il termine “concordato in bianco o con riserva”. Praticamente si tratta di una richiesta di concordato preventivo incompleta. Al suo interno sono infatti presenti: l’istanza di concordato e i bilanci relativi all’esercizio. Una volta depositato e assegnato il giudice, egli impone un massimo di centoventi giorni, in cui il debitore deve integrare la domanda. In tal modo il debitore è protetto dalle richieste e dalle azioni dei creditori senza aver ancora completato l’istanza.

Anche il ruolo del liquidatore è scelto dal tribunale. Il liquidatore può essere un avvocato, un commercialista, un ragioniere o una persona che abbia svolto la funzione di amministratore in una società per azioni. Il liquidatore dovrà tenere un registro, vidimato da almeno un creditore, in cui annotare tutte le azioni effettuate.

In conclusione, dunque, il concordato preventivo è un’azione che le imprese con dei creditori possono prendere in considerazione per evitare la dichiarazione di fallimento. In tal modo i vantaggi potranno investire sia il debitore sia i creditori stessi. Vi sarà dunque protezione per ambo le parti e il tempo a disposizione per risollevare almeno in parte le sorti dell’impresa.

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