Il Mobbing lavorativo e familiare

Di “mobbing” si sente parlare molto negli ultimi anni. Il termine, di palese derivazione anglosassone, è stato coniato nel mondo animale agli inizi degli anni settanta riferendosi al comportamento di alcune specie animali che accerchiano e assalgono un proprio simile per allontanarlo dal branco.

Il fenomeno animale non è poi tanto diverso da ciò che accade, tutt’altro che raramente, nelle relazioni interpersonali nel mondo umano.

Il mobbing, infatti, si verifica tutte le volte in cui una persona, attraverso un persistente atteggiamento aggressivo e vessatorio nei confronti della vittima, esercita su di essa una persecuzione psicologica tale da determinare una notevole diminuzione dell’autostima, fino a causare dei veri e propri danni psico-fisici.

Le dinamiche, tuttavia, non rendono sempre agevole la comprensione di ciò che accade realmente; ciò significa che la vittima spesso non sa di essere tale, ma percepisce il disagio e finisce per assumere la consapevolezza della condizione mobbizzante solo quando si trova a lottare con quello stato di annientamento portato ad una soddisfacente conclusione dal mobber.

Allo stesso modo non è sempre facile, soprattutto agli inizi, distinguere bene i ruoli dell’artefice e della vittima, ciò perché il mobber, ossia il prevaricatore, non sempre si espone in prima persona, ma si serve di complici che si relazionano direttamente con la vittima.

La condotta del mobber può comunque assumere varie forme, che mutano anche a seconda dell’ambiente e delle eventuali qualificazioni personali e professionali delle persone coinvolte; rimproveri, vessazioni, demansionamenti, denigrazioni della persona, pubbliche umiliazioni, sono soltanto alcuni degli atteggiamenti tipici mirati alla svalutazione, emarginazione e persecuzione della vittima; mentre, per ciò che concerne le conseguenze subite da quest’ultima, si parte da un iniziale stato di disagio e nervosismo che, a causa della persistenza della condotta subita, arriva a trasformarsi in vere e proprie patologie psico-fisiche (attacchi di panico, ossessioni, ansia, depressione, disturbi alimentari, aggressività, ipertensione etc.).

Arrivati a questo punto, e dunque con l’annullamento della personalità della vittima, il mobber può considerare raggiunto il proprio obiettivo.

Non va dimenticato, poi, che a seconda della fragilità della persona colpita, gli effetti della condotta mobbizzante possono essere vari, fino ad arrivare, nei soggetti più deboli, all’insorgenza dell’istinto suicida.

Ed è proprio la possibilità che possa essere annientata anche la voglia di vivere che porta alla condivisione di quanto affermato in dottrina circa all’identificazione del mobbing come vero e proprio crimine.

Si faceva riferimento poc’anzi alle varie qualifiche personali e professionali che possono caratterizzare i soggetti coinvolti. Si tratta di un dato da non sottovalutare, poiché permette di distinguere le varie forme di mobbing oggi esistenti e riconosciute dalla giurisprudenza.

 

IL MOBBING LAVORATIVO

La forma di mobbing certamente più conosciuta è quella esercitata in ambito lavorativo, ma non tutti sanno che il mobber può anche essere una persona diversa dal datore di lavoro.

C’è infatti una sorta di ragionamento “scontato”, seppur logico, nel pensare che se il mobbing consiste in una condotta prevaricatrice, allora il mobber è il datore di lavoro in quanto soggetto prevaricatore per eccellenza. Niente di più sbagliato.

Il mobbing lavorativo può verificarsi in varie modalità: il superiore gerarchico, o più superiori, nei confronti del subordinato o di più subordinati, ma anche un gruppo di subordinati nei confronti del superiore stesso (caso raro) o anche fra lavoratori di pari grado.

Così come sono vari i soggetti che possono essere coinvolti, sono altrettanto vari i comportamenti posti in essere seguendo, quasi sempre, una sorta di scala di gravità: si inizia con critiche e rimproveri, per arrivare agli attacchi alla reputazione, all’isolamento del lavoratore, alla dequalificazione professionale, ai richiami immotivati.

Ma c’è un livello ancora più alto, il “terzo stadio”, quello della colpevolizzazione: si tratta del livello che si raggiunge quando la vittima è consapevole della situazione vessatoria e sceglie di reagire denunciando i comportamenti subiti, tuttavia ottenendo in risposta una sua responsabilizzazione nell’aver dato vita lei stessa alla situazione creatasi, a causa del suo modo di essere o di comportarsi.

In altri termini, la vittima viene colpevolizzata e allontanata, con conseguente e pesante ripercussione sul suo stato psicologico, al punto tale da scegliere volontariamente, nella migliore delle ipotesi, di dimettersi.

Come accennato più volte, le conseguenze psico-fisiche sulla vittima diventano con il tempo evidenti fino a trasformarsi in patologie vere e proprie.

Purtroppo, c’è da dire che finché non si è raggiunta una certa gravità, la patologia è considerata un disturbo ed è difficile ricondurlo alla pressione subita sul luogo di lavoro. Questo aspetto è di notevole importanza per il riconoscimento della tutela legale della vittima.

Infatti, sebbene sia la legge stessa a tutelare la salute del lavoratore intesa non solo come integrità psico-fisica, ma anche come benessere e assenza di disagio in ambito lavorativo, e sebbene la medesima legge e la giurisprudenza riconoscano il danno biologico da mobbing, il nesso di causalità fra il danno e la condotta vessatoria sarà difficile da dimostrare in assenza di documentazione medica recante una patologia o anche un disturbo grave con origine ben precisa.

Solo con la prova del nesso causale fra condotta e danno, dunque, si riuscirà ad ottenere un risarcimento del danno biologico, ossia di quella menomazione, temporanea o permanente, all’integrità psico-fisica del lavoratore. Risarcimento che potrà certamente essere chiesto a colui che si è reso responsabile del comportamento vessatorio e che potrebbe anche non identificarsi necessariamente con il datore di lavoro, come già detto sopra.

Quest’ultimo tuttavia non sarebbe esentato dalle proprie responsabilità anche qualora non fosse l’autore materiale del fatto lesivo, ai sensi dell’art. 2087 c.c., se a causa del proprio comportamento omissivo non ha tutelato il lavoratore. Ciò accade perché l’azienda, nella persona del datore di lavoro, ha l’obbligo di attivare tutte le misure necessarie a proteggere il lavoratore, adoperandosi per porre fine ai comportamenti scorretti nei suoi confronti.

La violazione di tale obbligo, e in particolar modo la mancata dimostrazione di aver adottato tutte le misure dirette ad impedire la protrazione della condotta illecita, fa scaturire un comportamento omissivo, a causa del quale sarà tenuto quindi a risarcire il danno biologico da mobbing.

E’ opportuno precisare infine che il solo nesso causale sussistente fra condotta vessatoria o persecutoria e danno non è sufficiente a giustificare il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno, dovendo il lavoratore mobbizzato dimostrare la molteplicità di comportamenti, ma soprattutto l’intento persecutorio che ha animato la condotta stessa.

Quanto alla molteplicità delle condotte, a dire il vero, una sentenza della Cassazione, n. 28603 del 2013, ne ha riconosciuto la non necessarietà, purché la situazione di stress subita dalla vittima sia riconducibile ad “almeno una azione che ha come conseguenza un effetto negativo nell’ambiente lavorativo”.

 

IL MOBBING FAMILIARE

L’espressione “mobbing familiare” è di certo più recente rispetto a quella riferita all’ambiente lavorativo.
Le similitudini con la forma di mobbing lavorativo sono comunque tante, soprattutto con riferimento alle finalità di annientamento della vittima dal punto di vista psicologico e gli effetti psico-fisici conseguenti alla protrazione della condotta nel tempo.

Sono diverse invece le modalità con sui si persegue il predetto fine. Trattandosi infatti di un atteggiamento posto in essere in ambito intrafamiliare, esso si estrinseca attraverso una serie di condotte che vanno dagli iniziali apprezzamenti negativi, agli insulti, alle denigrazioni, ai rifiuti etc. volti a sminuire la personalità, ad annullare l’autostima e dunque a porre la vittima in uno stato di sottomissione nei confronti del mobber.

Proprio come nel mobbing lavorativo, anche in quello familiare sussiste una sorta di presunzione nel credere che il mobber sia sempre il partner. In verità le figure coinvolte possono essere diverse; ad esempio, può sussistere mobbing anche nel rapporto fra genitori e figli.

Ma è un dato di fatto, dunque basato su dati statistici, che il mobbing si realizzi maggiormente all’interno del rapporto di coppia, tanto da parlare in questi casi di “mobbing coniugale”.

Va sottolineato che le condotte tipiche del mobbing familiare raramente sfociano in violenze fisiche. Il mobber infatti tende ad assumere atteggiamenti prevaricatori, vessatori, impositivi della propria persona, accusatori e pressanti nei confronti della vittima, la quale arriverà certamente alla destabilizzazione della propria sfera psico-fisica.

La tutela è la medesima prevista per il mobbing lavorativo di cui si è parlato poc’anzi: è possibile tutelarsi legalmente denunciando le singole condotte tenute dal familiare o dal partner (percosse, minacce, molestie etc. sono reati a sè), oppure, se le condotte sono plurime, si potrà denunciare il reato di maltrattamenti in famiglia previsto dall’art. 572 c.p.

La giurisprudenza è infatti concorde nel ritenere che nel reato di maltrattamenti rientrino non solo percosse, minacce, ingiurie e privazioni, ma anche disprezzo, atteggiamenti di scherno, umiliazione ed asservimento idonei a cagionare durevoli sofferenze fisiche e morali alla vittima.

Purtroppo, quando a subire una tale condotta dal partner è la donna, questa assume il più delle volte il medesimo stato delle vittime di violenza, con la conseguenza che tenderà a subire in silenzio senza denunciare alcunché per paura o vergogna.

Nonostante il mobbing familiare possa avere inizio dopo la rottura di un rapporto di coppia, esso trova spazio soprattutto all’interno di un rapporto ancora stabile.

E’ importante quindi che le vittime siano consapevoli della possibilità non solo di tutelarsi dal punto di vista penale denunciando i comportamenti del partner, ma anche della possibilità di chiedere la separazione legale con addebito allo stesso, perché secondo la giurisprudenza, la continua denigrazione del coniuge induce ad addebitare la separazione al coniuge responsabile degli abusi.

 

IN CONCLUSIONE

Tenendo conto di quanto finora è stato detto, l’aspetto fondamentale da considerare è: chi pone in essere una condotta vessatoria e prevaricatrice nei confronti di un’altra, che sia un sottoposto, un collega, il partner o un familiare, con atteggiamenti denigratori ed offensivi volti all’annientamento della personalità e dell’autostima, si rende responsabile di mobbing, il quale, seppur non ancora previsto nello specifico dalla legge come reato, è previsto dalla giurisprudenza come fonte di responsabilità e quindi attribuisce alla vittima il diritto al risarcimento del danno, senza dimenticare la necessità di provare il nesso causale fra condotta e danno biologico e l’intento prevaricatore del soggetto agente.

Avv. Michelina Cera

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