Emergenza virus e diritto punitivo

Emergenza virus e diritto punitivo

Come reso manifesto dal sistema dell’informazione, l’emergenza pandemica da Covid-19 ha innescato un’inarrestabile attività normativa volta a contrastare la diffusione del virus sanzionando, a vario titolo, le condotte inosservanti.

L’attuale periodo emergenziale ha visto l’introduzione di nuovi reati e il recupero di vecchi ruderi del codice Rocco e della legislazione complementare (si pensi ai reati di epidemia o a vecchie fattispecie richiamate anche soltanto quoad poenam), attribuendo al diritto penale un ruolo centrale nella disciplina del contrasto alla diffusione del nuovo coronavirus.

Oltre alle novità di ordine sostanziale, il periodo dell’emergenza sanitaria ha poi comportato profonde novità anche dal punto di vista processuale, in ragione del tendenziale arresto imposto all’amministrazione della giustizia fino all’11 maggio, con l’introduzione di una causa di sospensione dei termini prescrizionali (già rimessa alla Corte costituzionale) e di custodia cautelare, nonché dei termini per proporre querela.

La base legale inizialmente adottata per l’adozione delle misure di contenimento è costituita dal decreto-legge 6/2020 del 23 febbraio, che ha attribuito al Presidente del Consiglio, con Dpcm, il potere di «adottare ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica» (art. 1 co. 1), con particolare riferimento al divieto di allontanamento o di accesso in determinati comuni e alla sospensione del servizio scolastico.

L’avanzamento dei contagi ha condotto all’emanazione dei Dpcm dell’8 e 9 marzo 2020, il primo limitato alla Lombardia e ad alcune province limitrofe, il secondo estendendo le misure del primo a tutto il territorio nazionale: è con tali atti normativi che sono state introdotte le note limitazioni alla libertà di circolazione nel primo periodo di lockdown, essendo vietato ogni spostamento non solo in entrata e uscita dal comune, ma anche al suo interno, con le eccezioni previste per quegli spostamenti «motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute», debitamente indicate nell’autocertificazione.

La trasgressione alle prescrizioni era presidiata penalmente, in ragione del richiamo operato dal d.l. 6/2020 all’art. 650 c.p. (Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità): come rilevato dalla miglior dottrina, si tratta in realtà di un mero rinvio quoad poenam alla disposizione codicistica, costituendo quindi la violazione alle prescrizioni una fattispecie autonoma di reato. La soluzione di mutuare le sanzioni dall’art. 650 c.p. si è rivelata particolarmente infelice in quanto inefficace in una prospettiva di deterrenza, alla luce della natura bagatellare della disposizione, suscettibile di oblazione con poco più di 100 €.

Tale assetto normativo è stato superato con il decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, che oltre ad aver risolto alcuni delicati problemi di costituzionalità in ordine all’ambito di applicazione territoriale delle misure limitative e alla determinatezza delle stesse, ha proceduto nel senso della depenalizzazione della condotta di trasgressione, punendo il mancato rispetto delle misure con la sanzione amministrativa pecuniaria da € 400 a € 3.000 (aumentata in caso di violazioni reiterate o poste in essere mediante l’utilizzo di un veicolo).

Il legislatore ha introdotto un’apposita disciplina intertemporale in modo da permettere la punizione retroattiva, mediante la citata sanzione amministrativa, di coloro i quali si erano resi responsabili delle trasgressioni nel momento in cui queste assumevano rilevanza penale: è stato infatti previsto, in linea con altri interventi di depenalizzazione, che l’applicazione retroattiva delle sanzioni amministrative (in deroga alla regola generale di cui all’art. 1 l. 689/1981) debba avvenire previa riduzione alla metà del minimo (nella misura, quindi, di € 200), impedendo in tal modo la loro applicazione in misura superiore al massimo edittale dell’art. 650 c.p. (pari a 206 € di ammenda), rispettando il contenuto sostanziale e la ratio del principio di irretroattività nell’ordinamento.

Da un punto di vista procedimentale, la depenalizzazione comporta l’archiviazione del procedimento penale eventualmente instauratosi e la trasmissione degli atti al prefetto, quale organo amministrativo competente alla irrogazione delle sanzioni.

Il decreto-legge n. 19 ha poi previsto (art. 4 co. 6) una fattispecie di reato contravvenzionale doloso per la violazione della misura della quarantena, recuperando (sempre quoad poenam) l’art. 260 R.D. 1934, n. 1265 (T.U. leggi sanitarie). Tale norma era stata invocata da più procure in quanto maggiormente effettiva rispetto all’art. 650 c.p. (la presenza cumulativa della pena detentiva e di quella pecuniaria impediscono l’operatività dell’oblazione), e cede eventualmente il passo al più grave reato di epidemia colposa (art. 452 c.p.).

Ai sensi del combinato disposto degli artt. 438 e 452 c.p., il reato punisce chi cagioni per colpa un’epidemia «mediante la diffusione di germi patogeni». Peraltro, in ragione di una serie di questioni controverse (dalla nozione di epidemia alla necessità o meno di un effettivo dominio sui germi patogeni), è prevedibile che la contestazione del reato per singoli individui positivi che abbiano contribuito alla diffusione del virus (con l’ulteriore incognita della prova del nesso causale, alla luce dei decorsi causali alternativi e dei tempi di incubazione) trovi nella prassi difficoltà il più delle volte insuperabili.

Ad ogni modo, ciò che conta è rilevare come il legislatore abbia edificato un assetto normativo caratterizzato da una progressione sanzionatoria, che va dal piano dell’illecito amministrativo (per le semplici violazioni alle norme limitative della circolazione) a quello penale, prevedendo in tale ambito un primo livello meramente contravvenzionale, per chi violi la misura della quarantena, ed un secondo delittuoso, qualora sia contestabile in capo al singolo trasgressore il reato di epidemia colposa.

Infine, come si è accennato le limitazioni poste alla circolazione hanno avuto quale pendant l’atto di autocertificazione, al fine di attestare sotto la propria responsabilità le ragioni dello spostamento che abbiano giustificato l’uscita dal domicilio. Tali modelli contenevano in premessa il riferimento alla fattispecie di cui all’art. 495 c.p. per il caso di dichiarazioni mendaci a pubblico ufficiale, naturale destinatario delle stesse nell’ambito delle attività di controllo.

Tuttavia, il richiamo alla disposizione codicistica pone anzitutto un problema di stretta legalità: non sembra infatti che il mendacio che investa le ragioni di un determinato spostamento, falsamente giustificato per mezzo delle scuse più varie, possa abbracciare, come richiesto dalla norma, «l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona». Tutt’al più, in tale ipotesi potrebbe rientrare la falsità relativa alla non sottoposizione del dichiarante alla misura della quarantena, campo espressamente previsto nel relativo modulo, o falsità afferenti il luogo di domicilio o residenza, quali mendaci relativi ad altre qualità personali ex art. 495 c.p.

Ulteriormente, la dottrina ha individuato quale ostacolo all’impiego dei reati di falso il principio nemo tenetur se detegere: il mendacio è infatti direttamente strumentale all’esigenza di tenersi al riparo dalla sanzione penale (ma anche amministrativa, attesa la natura punitiva della sanzione e il recente riconoscimento del diritto al silenzio anche in tale ambito da parte della giurisprudenza costituzionale) relativa al fatto-base, costituito dall’inosservanza alle misure di contenimento del virus.

Dott. Emanuele Florio, Studio legale Quintiliani

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